
La rivoluzione della filantropia è nella speranza.
Secondo il filosofo coreano Byung-Chun Han per vivere in questi tempi occorre tenere a bada l’angoscia provocata da tutti i mali che ci circondano (guerre, disuguaglianze, catastrofi, pandemie, crisi climatiche). Solo la speranza potrà salvarci; e questa risiede in noi. Rivoluzione e speranza sono una cosa sola. Se ciascuno di noi riesce a trovare la speranza fa la sua rivoluzione. Personale, piccola e indolore. Ma fondamentale. Perché la rivoluzione siamo noi.
Rivoluzione e speranza. La filantropia, in questi tempi, sembra abbia smarrito la speranza, sprofondando in una impotenza traumatica ed in un amorfismo indifferente.
Attonita davanti alle novità degli scenari politici, la filantropia pare incapace di interpretare ed inquadrare gli effetti di questa tempesta che sta spazzando via le politiche degli ultimi anni, interrogandosi sulle conseguenze, ma trascurando le cause di questi fenomeni carsici emersi improvvisamente alla realtà. È in atto uno sconvolgimento nelle strategie pubbliche che rinnegano i principi etici ed i diritti umani che hanno assicurato gli ultimi decenni di progresso fondati sulla cooperazione in buona parte del globo.
In questo ribaltamento valoriale il potere pubblico sembra essersi cementato con gli interessi economici, mentre il terzo settore appare frastornato da questi movimenti tettonici, dalla cancellazione di impegni pluriennali di cooperazione, obbligato a ripensare soluzioni tampone e schiacciato da una narrazione subita, che lo marginalizza e fa ripiegare ulteriormente su sé stesso.
La filantropia ha bisogno di abbracciare e promuovere una nuova speranza per il terzo settore e declinare, con urgenza, la propria rivoluzione di progresso e giustizia sociale fatta di comunità solidali, di cooperazione, di apertura alle diversità, assumendosi la responsabilità di incoraggiare voci dissonanti, promuovere modelli culturali e valoriali alternativi, favorendo visioni lungimiranti.
È una filantropia che sostiene la dimensione sociale di sviluppo, abilitando, attraverso strumenti di autentica ‘relazionalità erogativa e collaborativa basata su una conoscenza non episodica ma profonda, la società civile nella sua capacità di innovazione, ideazione e soluzione. Una rivoluzione che scava profondamente nelle pratiche dei donatori, spingendoli a coadiuvare il terzo settore nel affermarsi come catalizzatore dei bisogni sottorappresentati dalle comunità; con ciò contribuendo al superamento del binomio che lo inquadra o nella surroga/sostituzione del pubblico, laddove questo retrocede lasciando spazi, o di strumento/esecutore, in una logica di impari prestazioni di servizi erogate in nome e per conto del pubblico stesso.
E’ anche una filantropia operativa, che opera tutti i giorni al fianco dei gruppi e delle comunità sottorappresentate, dei quartieri periferici urbani e delle aree interne - marginalizzate da un’idea di sviluppo città-centrica più che da una fragilità intrinseca - quella che sostiene l'innovazione delle pratiche educative e di aiuto, come anche di promozione e valorizzazione culturale dal basso, in un’idea di restituzione di potere a chi è esperto per esperienza delle istanze e dei luoghi, in questo aprendo anche alla necessità di nuovi curricula formativi delle professioni del welfare, della cultura e della coesione sociale.
Una speranza che supera l’archetipo filantropico, trasfigurando rispetto alle pratiche attuali per trasformarlo in un modello che cede potere, rinuncia ai privilegi, costruisce fiducia, abilita competenze, osa ed apprende ed adopera la propria libertà verso il bene comune; un paradigma di filantropia capace di essere una forza che controbilancia le visioni di élite plutocratiche e contribuisce ad assicurare la presenza di voci, interessi e prospettive diverse come contrappeso alla visione dominante.
Una filantropia che reinterpreta la propria leadership, basandola sull’interdipendenza e non sul comando, sulla responsabilizzazione e non sul dominio, e che si oggettiva nell'accettare la responsabilità di consentire agli altri di raggiungere uno scopo condiviso.
Un rapporto genuino tra la filantropia ed il terzo settore fondato su relazioni profonde, fiduciarie, paritetiche e reciproche, non basate sui privilegi; relazioni emancipative, che non impongano modelli e soluzioni ma rispettino le caratteristiche dei partner, superando il concetto di integrazione, che implica l’assimilazione del modello di colui o coloro con cui dovrei integrarmi, con l’approssimazione, che evoca il valore della democrazia e delle differenze.
Per far questo è quanto mai necessario che la filantropia europea metta al centro della propria azione i diritti umani ed i valori fondanti; a tal fine gli enti filantropici dovrebbero promuovere la dignità della società civile, valorizzare le diverse dimensioni del dono e dell’aiuto, incoraggiare un approccio consapevole al bisogno, favorire la libertà di azione degli enti di terzo settore, agire anche un ruolo di advocacy riformatore dei sistemi educativi, di welfare e culturali, creando le condizioni affinché il patrimonio di conoscenze ed esperienze insito nelle organizzazioni possa emergere ed essere valorizzato nell’individuazione di soluzioni collettive, non individuali, e di trasformazione sistemica all’altezza delle sfide poste dalla contemporaneità.


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